“Morti di Reggio Emilia”

Il 25 aprile del 2015 uscì questo mio articolo su RossoParma, il giornale per cui per due anni ho tenuto la rubrica “Cromatismi”. L’articolo prende in esame l’eredità della lotta partigiana analizzando uno dei canti più belli e conosciuti dell’antifascismo postbellico: Per i morti di Reggio Emilia, del grande Fausto Amodei. Oggi non è il 25 di aprile, ma i fatti di Reggio Emilia avvennero il sette di luglio del 1960, cinquantotto anni fa. Oggi pomeriggio un presidio antifascista organizzato da Casa Bettola di Reggio Emilia si terrà nella piazza dei Martiri del 7 luglio. L’evento nasce in risposta a un convegno dedicato alla figura di Almirante, ormai sempre più spesso protagonista di tentativi di riabilitazione. Non volevo mancare, e grazie alla disponibilità degli organizzatori avrò l’onore di partecipare come cantautore.

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Per prepararci spiritualmente all’evento, mi piaceva riproporre questo vecchio articolo, che nasceva in un momento storico differente da oggi (lo ripeto, era il 25 aprile del 2015, più di tre anni fa), ma in cui già si coglievano gli oscuri presagi che hanno effettivamente connotato il presente che viviamo oggi.

#25aprile, di un settantesimo e di altre storie

Ogni anniversario porta con sé un bilancio, inevitabilmente. A 70 anni dalla sconfitta di nazisti e repubblichini, in molti si interrogano su cosa rimanga degli ideali di lotta partigiana. Altri, nostalgici dell’occupazione nazista e della sistematica violenza fascista, ci tengono a ricordare che anche i partigiani ne han fatte “di cotte e di crude”. Altri ancora, trascinati dalle notizie delle ultime ore, creano strani intrecci fantapolitici tra la tratta dei migranti lungo il mediterraneo e le dichiarazioni della Boldrini sull’obelisco del Foro Italico (dichiarazioni che oltretutto, a onor del vero, non ha mai fatto, ma qui non ci interessa difenderla).
Prima di tutto, chiediamoci: cosa sono gli ideali di lotta partigiana? I partigiani non erano un esercito con una connotazione precisa e indistinta, intruppati e indottrinati, uniti da un’unica fede. Le anime della lotta partigiana erano tante, e molto diverse tra loro. I partigiani comunisti e socialisti combattevano pensando a un prodromo della rivoluzione; i partigiani cattolici si ribellavano a un invasore inaccettabile dal punto di vista morale; gli anarchici, i monarchici, gli azionisti… e anche quelli che non volevano andar soldato: in tanti si ritrovarono coinvolti, per un motivo o per l’altro, nella lotta per la liberazione d’Italia. Cos’avevano in comune tutte queste anime del movimento? Poco, probabilmente; quasi nulla; tranne una cosa: la volontà di conquistarsi il diritto di esistere. Un diritto negato sotto la dittatura fascista, cui era prioritario mettere fine. Non a caso le basi della Repubblica Italiana avranno un pilastro nella condanna, rifiuto, opposizione al fascismo e a un suo possibile ritorno.
Visto che questa rubrica, tradizionalmente, è dedicata al canto, voglio ricordare una canzone. Premessa storica: è il luglio del 1960, la liberazione è storia recentissima, di appena 15 anni prima. Nella vicina Reggio Emilia, come in tutta Italia, le strade sono calde a causa di una protesta forte e decisa contro il governo Tambroni, reo di avere l’appoggio dell’MSI e di aver concesso a esso di riunirsi in congresso nella città partigiana di Genova. Il 7 luglio a Reggio Emilia la polizia attacca i manifestanti, che si difendono dalle cariche. La polizia non riesce a gestirne la reazione, e ricorre all’uso delle armi da fuoco. Cadono cinque persone, tutti operai, di cui è eticamente obbligatorio ricordare i nomi ogni singola volta che si parla di loro: Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Afro Tondelli, Marino Serri, Emilio Reverberi. I fatti di Reggio sconvolgono il paese, Fausto Amodei dedica ai morti di Reggio Emilia una canzone sentita e ancor oggi coinvolgente. La canzone inizia con queste parole:

Compagno, cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi.
Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo giù in Sicilia
son morti dei compagni per mano dei fascisti.

Il verso iniziale abbraccia idealmente l’intera Italia, ancora unita nel rifiuto del fascismo: militanti, semplici lavoratori, partigiani, tutti devono prendersi la mano per farsi forza contro il nemico di sempre, l’unico che debba essere combattuto, e che sta ancora facendo vittime.
Il forte riconoscimento che la lotta partigiana ancora esercitava sulla popolazione si evince anche dai riferimenti alle figure centrali della Resistenza in terra reggiana:

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei fratelli Cervi.

La lotta partigiana era patrimonio comune, a cui ricorrere per sentirsi orgogliosi di appartenere a una cittadinanza attiva, alla Storia di un Paese che aveva tanto sofferto per potersi rialzare con dignità, e che non poteva accettare che la sua sofferenza fosse stata vana. Quei morti non appartenevano ai comunisti o agli operai: erano di tutti, e a ucciderli era stato il nemico di sempre.
Gli anni passati da allora sono tutto sommato pochi. Se guardiamo al panorama di oggi, la Lega Nord è in ripresa politica, e associazioni come Casapound (che, tra le altre nefandezze, insulta il nome di uno tra i maggiori poeti del ‘900) agiscono bellamente e liberamente sotto la luce del sole (se pensate che non commettano crimini, il definirsi fascisti è un crimine, e gravissimo). Comportamenti xenofobi e alle volte apertamente, stolidamente razzisti (ma c’è modo di esserlo non stolidamente?), che un tempo sarebbero stati ostracizzati, stigmatizzati, considerati vergognosi, hanno oggi voce ed eco su internet e sui media.
Non crediamo che si possa dire che la storia peggiori o migliori, la storia semplicemente avviene, e il meglio e il peggio sono concetti labili che cambiano a seconda del luogo e dell’epoca. Prendiamo però atto del fatto che la spinta della lotta partigiana oggi subisce una battuta d’arresto. Sembra relegata in una teca, da spolverare una volta all’anno, per poi tornare a parlare di cose serie, che i problemi reali non sono mica più quelli.
L’assenza completa di una prospettiva storica assassina la coscienza civile italiana ogni giorno. E come potrebbe un popolo senza memoria avere coscienza di ciò che è stato, di ciò che è? Come può un paese in cui la scuola è considerata una rottura di scatole non solo dagli scolari (che in fin dei conti è il loro ruolo), ma dal governo stesso, maturare cittadini consapevoli? La storia non è maestra, e non è giudice né tribunale, ma l’uomo può comunque impararne qualcosa, perché è esperienza. E conoscendola si possono maturare idee, che possono essere diverse, contraddittorie, radicalmente opposte. Ma che, quando sono davvero idee (non slogan, non concetti superficiali, ma pensieri formulati su una base reale e maturati interiormente), hanno in comune una sola cosa: il diritto di esistere. Che è, a bene vedere, il motivo profondo di ogni lotta, a partire da quella partigiana.
Buon 25 aprile a tutti.

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