“Zog nit keynmol” (non dire mai)

Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, dedicata alle vittime della Shoah. Non voglio scrivere troppo: si spendono ogni anno troppe parole, spesso retoriche, a riguardo di questa ricorrenza. Delle celebrazioni a cui ho tante volte assistito, dei documentari, dei film sulla Shoah, mi è sempre rimasto poco. Un senso di pietosa commozione magari, che reputo assolutamente inadeguato a meditare su quello che a mio parere è stato il suicidio spirituale dell’occidente.

Affidandosi alle celebrazioni ufficiali, va a finire che del popolo ebraico si sa solo che ha subito un genocidio – e spesso la becera ignoranza fa sospettare i più malevoli che, se lo sterminio c’è stato, in fondo qualcosa per meritarselo gli ebrei l’abbiano fatto. Ed è falso. Altri negano, sminuiscono, obiettano, e perdono completamente di vista il nodo cruciale della faccenda, che non è la quantità di morti: è il fatto che un gruppo di uomini abbia adottato tecniche, strategie, macchinari propri dell’industria per uccidere su larga scala altri uomini, colpevoli non delle loro azioni ma del loro esistere.

A parer mio, la memoria non deve essere oggetto passivo di una celebrazione vuota, ma continua rielaborazione, sempre attiva, consapevole, mai pigra, di un patrimonio di conoscenze – e anche di un campionario di errori e orrori che non si possono negare, né sminuire, né sciacquar via con la lacrimuccia un giorno all’anno.

Per quella che è la mia esperienza, studiare la lingua ebraica, leggere i testi sacri (pur da fervente ateo), entrare per quel che si può nella cultura di un altro popolo, è ciò che mi ha avvicinato al mondo ebraico. Un dialogo tra culture, se è possibile, può nascere solo sulla base di una conoscenza reciproca. Una conoscenza che non ho mai trovato nei classici da prima serata del 27 gennaio, da Spielberg a Benigni.

Quello che io so fare è cantare. E allora alla causa di questa conoscenza reciproca offro un canto. Non è un canto di deportati, ma un canto di partigiani. Di uomini che nel ghetto di Vilna (in Lituania) rifiutarono di essere solo vittime, e resistettero al loro nemico. Che anche questo possa essere oggetto della memoria. Zakhor.

 

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Author: roccorosignoli

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